Carissimi,

come già sapete l’Associazione “Terrae Caritatis” è la referente del progetto  “Adozioni a distanza in Libano”, che con generosità state da tempo sostenendo.

La situazione economica e sociale libanese è tuttora difficile e preoccupante. La Chiesa Maronita, che si dedica prevalentemente all’opera educativa, necessita anche della nostra solidarietà. E’ quindi molto importante  la continuazione del vostro appoggio al progetto a favore dei ragazzi che frequentano le scuole dei Padri Maroniti il cui referente è l’Abbè Marcel Abi Khalil.

L’Associazione intende promuovere anche alcune iniziative volte alla conoscenza sempre più approfondita del contesto culturale e religioso del Libano, dove ancora oggi i cristiani sono una minoranza. Comunicheremo per tempo le iniziative che intendiamo realizzare.

Il progetto “Adozioni a distanza Libano” prevede per il prossimo anno la quota di € 312, che potrà essere versata, intera per tutto l’anno o suddivisa in più rate, sul C/C bancario dell’Associazione le  cui coordinate  sono:

 UBI BANCA -BANCO DI BRESCIA   Filiale 2 Brescia - Corso Magenta, 73

IBAN: IT 90 T 03500 11202 000000034769

Causale: “Adozioni a distanza Libano”

Vi chiediamo cortesemente di confermare la vostra adesione per il 2011 oppure la vostra impossibilità a proseguire nell’impegno inviando una mail all’indirizzo terraecaritatis@libero.it o contattando direttamente la referente organizzativa sig.ra Francesca Gallina (cell. 335 5452930 preferibilmente dopo le ore 18,00). Qualora desideraste ricevere tramite e-mail le notizie della  nostra Associazione e quelle che ci pervengono dal Libano , potete comunicare il vostro indirizzo di posta elettronica ai recapiti sopracitati.

Con gratitudine per la vostra attenzione e per il vostro impegno, porgiamo i nostri migliori saluti e auguri di ogni bene.

Brescia,  11 Novembre 2010                                                                              

don Pierantonio Bodini 

 


 

 

Festa di Nostra Signora di Palestina per i cristiani di Terra Santa

 

 

Più di 2.500 persone si sono riunite nella giornata di domenica, 31 ottobre, presso il Santuario di Nostra Signora di Palestina, a Deir Rafat, vicino a Beit Shemesh. I fedeli hanno partecipato ad una bella celebrazione in onore della Vergine Maria, presieduta da Mons. William Shomali, Vescovo ausiliare di Gerusalemme.

Decine di autobus e di automobili hanno raggiunto, nella mattinata di questa domenica 31 ottobre, il Santuario mariano di Deir Rafat, dedicato a Maria, Nostra Signora e Regina di Palestina. Questo incontro annuale dei cristiani di Terra Santa ha offerto la possibilità di vivere insieme dei bei momenti di fervore e di festa.

I fedeli sono accorsi in gran numero da Gerusalemme e dalla Galilea, ma anche dai Territori Palestinesi, dalle località di Betlemme e di Ramallah, avendo ricevuto il permesso da parte delle autorità israeliane.

Più pastori si sono riuniti attorno a Mons. Shomali, a cominciare da Mons. Giacinto-Boulos Marcuzzo, Vicario patriarcale per Israele, dal Rev. Padre David Neuhaus, Vicario patriarcale per la comunità cattolica di espressione ebraica, oltre che altri sacerdoti della Diocesi.

Era poi presente la Comunità delle Monache di Betlemme, a cui è affidata la cura del santuario.

Nel corso dell’omelia, Mons. Shomali ha invitato i fedeli a leggere il Messaggio del Sinodo e si è poi soffermato su quattro punti principali:

- L’importanza di una lettura assidua della Parola di Dio, fondamento della nostra fede;

- La necessità di maggiore comunione all’interno della Chiesa cattolica nei suoi differenti riti, al fine di offrire insieme una più grande testimonianza;

- Il bisogno di intensificare il dialogo ecumenico, attraverso la proposta di unificare il giorno della festa di Pasqua;

- L’appello fatto ai cristiani ad uscire dal loro isolamento, ad aprirsi al dialogo con le altre religioni, seguendo l’esempio di Gesù Cristo, che non fece distinzione di persone, dal momento che venne incontro sia alla samaritana, sia alla figlia del centurione romano, sia alla cananea.

Ha poi soprattutto rinnovato il voto di affidamento di tutto il Medio Oriente nelle mani di Maria, ampiamente espresso durante il Sinodo dei Vescovi, conclusosi a Roma domenica 24 ottobre.

La solennità si è conclusa con una bella processione attorno al santuario mariano, che ha visto riuniti i fedeli in una vera festa di fede e di popolo.

 

 

 

 

 

Il Santuario di Nostra Signora di Palestina

Il santuario si trova a circa 35 chilometri ad ovest di Gerusalemme, più o meno a metà strada tra la Città Santa e Tel Aviv, nella valle del Sorek, vicino alla città di Beit Shemesh. È stato costruito nel 1927 su iniziativa di Sua Beatitudine il Patriarca latino di Gerusalemme, Luigi Barlassina, che istituì la festa della Beata Vergine Maria, Regina di Palestina.

Nel 1933, la festa fu approvata dalla Santa Sede, che invitò i fedeli a chiedere alla Vergine di Nazaret la sua speciale protezione per la sua terra natale.

Quest'anno, il santuario celebra il suo 80 anniversario di fondazione.

La chiesa e tutti gli edifici destinati al convento, all’orfanotrofio e alla scuola, furono progettati dall'architetto benedettino Maurizio Gisler. Sopra il frontone domina una statua in bronzo alta 6 metri. La Vergine è rappresentata con la mano tesa a benedire il suo paese. Ai suoi piedi, si può leggere l’iscrizione “Regina Palestinae”, Regina di Palestina.

Va ricordato che in quell’epoca il nome di Palestina non aveva assunto ancora alcun connotato politico: designava geograficamente la patria terrena di Gesù e di sua madre Maria. All’interno della chiesa, le pareti e il soffitto sono stati decorati con le prime parole dell’Ave Maria. Una moltitudine di gioiosi angeli portano allegri nastri sui quali sono scritte, in 280 lingue, le parole di saluto del Messaggero celeste.

Le Suore di Betlemme (che si trovano anche a Beit Gemal) abitano attualmente il convento annesso al Santuario.  

 

 


Dall’ Avvenire 2 Novembre 2010

 Si aprano gli occhi e si trovi la voce

 

Luigi Geninazzi


C’è qualcosa di tragicamente emblematico nell’attacco terroristico a una chiesa cattolica di Baghdad culminato con il massacro di decine di fedeli. All’orrore di una violenza feroce che da anni colpisce i cristiani in Iraq questa volta s’è aggiunta la rivendicazione esplicita e farneticante di un gruppo legato ad al-Qaeda che si fa portavoce della «collera islamica», in azione contro un luogo di culto cristiano definito «osceno rifugio dell’idolatria».
È il manifesto di un’assurda guerra di religione lanciata non solo contro la piccola e sempre più ridotta comunità di fedeli iracheni, ma in generale contro i cristiani che vivono in Medio Oriente. In un certo senso è la risposta dell’islam radicale al Sinodo dei vescovi che si è tenuto dieci giorni fa in Vaticano. 

È il segno del profondo e misterioso legame che ancora oggi, così come già nella Chiesa delle origini, esiste fra la parola ed il sangue, tra l’annuncio e il martirio.
Ed è emblematico che tutto questo avvenga in Iraq dove i cristiani rappresentano l’anello debole di un sistema politico, etnico e religioso dilaniato da contese sempre più aspre. L’odio anticristiano di gruppi fanatici sta provocando l’esodo e la ghettizzazione di una comunità che affonda le sue radici nella Chiesa delle origini ed è sempre stata sinonimo di cultura, prosperità e armonia sociale. Oggi è quella che paga il prezzo più alto dell’instabilità e del caos iracheno.

«Siamo come i fiori di un giardino di cui nessuno si prende cura e tutti pensano di poter calpestare a proprio piacimento», ci siamo sentiti ripetere dai cristiani perseguitati di Mosul e di Baghdad. In effetti, al di là di tante belle parole, il governo iracheno non fa nulla per garantire protezione e sicurezza alla minoranza cristiana che si trova nel mirino dei fondamentalisti. Se rivediamo il film del sequestro di massa c’è da rimanere sgomenti: di fronte all’irruzione di un gruppo armato in una chiesa gremita di fedeli per la messa, le autorità di Baghdad hanno optato per un’azione immediata e sconsiderata, un blitz finito in un orribile bagno di sangue. 

Avrebbero agito allo stesso modo se gli ostaggi nelle mani di al-Qaeda fossero stati deputati del Parlamento o alti esponenti politici? Qualche dubbio l’abbiamo. «Una rapina finita male», così sembra che un funzionario americano abbia laconicamente definito quel che è successo domenica sera a Baghdad, riferendo il tentativo compiuto dai terroristi d’assaltare gli uffici della Borsa. 

Come se la cattura degli ostaggi nella vicina chiesa siro-cattolica e la strage finale non fossero che una tragica catena di circostanze non volute. Eppure, per la prima volta, i terroristi hanno voluto "firmare" la loro azione, presentandosi come l’avanguardia dello "Stato islamico d’Iraq" in lotta contro la cristianità.
Oltre al dolore non possiamo nascondere la nostra profonda indignazione. È così difficile prendere atto che a finire nel buco nero creato dalla «guerra sbagliata e assassina» in Iraq (sono parole del messaggio finale del Sinodo sul Medio Oriente) è soprattutto la minoranza dei cristiani? La comunità internazionale dovrebbe mobilitarsi per tutelare la loro presenza in un Paese dove l’Occidente ha investito molto, non solo in termini economici. 

In particolare gli Stati Uniti non possono far finta di niente, ignorando le persecuzioni dei cristiani là dove pretendevano di esportare democrazia e libertà. È questo il senso dell’«accorato appello» lanciato ieri da Benedetto XVI affinché «gli uomini di buona volontà e le istituzioni nazionali e internazionali» uniscano le loro forze per mettere fine alla violenza più terribile: quella che colpisce persone inermi raccolte in preghiera.

 

 


 

 

GLI ATTENTATI A BAGHDAD

Dall' Osservatore Romano 2 Novembre 2010

Il dolore dei cristiani di Baghdad

 

Baghdad, 2. Si sono svolti oggi pomeriggio, nella chiesa caldea di San Giuseppe, nel quartiere Karrada a Baghdad, i funerali dei padri Tha'ir Saad e Boutros Wasim, e di alcune delle vittime della strage provocata dal blitz delle forze irachene intervenute domenica scorsa per liberare dai terroristi islamici la cattedrale siro-cattolica di Nostra Signora del Perpetuo Soccorso. Poco prima un commando di Al-Qaeda, dopo aver innescato l'esplosione di un'autobomba davanti al luogo di culto, aveva fatto irruzione all'inizio della messa uccidendo subito i due sacerdoti presenti e tenendo in ostaggio numerosi fedeli. Il tragico bilancio - riferisce l'agenzia Awsat al-Iraq, che cita fonti della sicurezza - è di cinquantotto morti e settantacinque feriti, ma si teme possa aggravarsi viste le condizioni disperate di alcune delle persone ricoverate negli ospedali.


Una fonte del ministero dell'Interno - citata dalla France Presse - parla invece di quarantasei morti, soprattutto donne e bambini, e di sessanta feriti, dei quali una ventina in gravi condizioni. Nella battaglia scatenatasi dopo l'irruzione delle "teste di cuoio" irachene sono morti anche sette agenti delle forze di sicurezza e tutti e cinque i componenti del commando di Al-Qaeda. Il ministero dell'Interno ha annunciato che il presunto coordinatore dell'attacco è stato arrestato: sarebbe - riferisce l'Ansa - un uomo di origine giordana, Abu Qattada al-Hasrafy, che avrebbe già ammesso di far parte di Al-Qaeda.


"La situazione è molto tesa, c'è preoccupazione nella comunità cristiana per quanto accaduto", ha spiegato a "L'Osservatore Romano" l'arcivescovo di Baghdad dei Siri, Athanase Matti Shaba Matoka, il quale ha partecipato oggi ai funerali, assieme all'arcivescovo di Baghdad dei Caldei, cardinale Emmanuel III Delly, e all'arcivescovo di Mossul dei Siri, Basile Georges Casmoussa. Grande la commozione manifestata dai cattolici di Baghdad alle esequie. 

"I cristiani in Iraq oggi soffrono una enorme pressione psicologica - rivela una fonte vicina all'arcidiocesi - e i nostri cuori sono pieni di collera. Una domanda continua ad assillarci: quanto ancora dovremo sopportare questa carneficina, e perché?". Dal canto suo il vescovo ausiliare di Baghdad dei Caldei, Shlemon Warduni, ha espresso "sconforto", affermando che in Iraq "le persone devono avere una fede talmente forte da essere pronte, come cristiani, anche alla testimonianza estrema,alla morte". 

Una comunità, quella cristiana, continuamente attaccata negli ultimi anni, che tuttavia resiste nonostante molti abbiano preferito abbandonare momentaneamente la loro patria.
L'attacco alla chiesa è stato rivendicato dallo "Stato islamico in Iraq", un cartello di gruppi terroristici guidati dal ramo iracheno di Al-Qaeda. "Un gruppo di mujaheddin in collera fra i fedeli di Allah - è scritto nel comunicato diffuso on line - ha effettuato un raid in uno dei rifugi osceni dell'idolatria (...) per aiutare le nostre povere sorelle musulmane prigioniere (...) in Egitto". Segue la minaccia alla Chiesa copto-ortodossa egiziana: 48 ore di tempo per liberare due donne, mogli di due sacerdoti, "detenute nei monasteri dell'infedeltà" in Egitto perché, secondo i terroristi, una di loro si è convertita all'islam e l'altra starebbe per farlo. Parole che le autorità del Cairo hanno preso molto seriamente, tanto da predisporre il rafforzamento della sicurezza per tutte le chiese del Paese. 

"Le minacce di Al-Qaeda non sono solo contro la Chiesa copta ma contro tutto l'Egitto", ha commentato il vescovo Morcos, presidente della commissione per l'informazione della cattedrale copta di San Marco al Cairo. "Non abbiamo paura di questa minoranza perché Dio ci protegge", ha affermato in un comunicato, aggiungendo che i copti-ortodossi non hanno chiesto un rafforzamento della sicurezza di chiese, monasteri e capi religiosi cristiani. "La Chiesa copta - ha poi sottolineato - non detiene nessuno nei suoi monasteri", smentendo dunque l'accusa mossa dallo "Stato islamico in Iraq" che due donne copte sono state sequestrate dopo avere manifestato l'intenzione di convertirsi all'islam.
Alcune fonti mettono poi in collegamento l'ultimatum alla Chiesa copto-ortodossa in Egitto con le dichiarazioni rilasciate poco più di un mese fa dal vescovo Anba Bishoy, segretario del sinodo, che in una conferenza pubblica - riferisce il sito Terrasanta.net - aveva sostenuto che un versetto del Corano sulla natura di Gesù sarebbe stato inserito nel libro sacro, dopo la morte del profeto Maometto, da un suo successore. Tali dichiarazioni avevano provocato lo sdegno della comunità musulmana egiziana, costringendo il capo della Chiesa copto-ortodossa, Shenuda III, a scusarsi nel corso di un'intervista televisiva andata in onda il 27 settembre. 

Secondo alcuni osservatori, nonostante la vicenda risalga ad alcuni mesi fa, l'attentato compiuto domenica da Al-Qaeda potrebbe spingere gli estremisti che si trovano in Egitto a emulare i terroristi iracheni entrando in azione. Secondo la polizia egiziana - citata dal giornale locale "al-Masri al-Youm" - Bishoy sarebbe in pericolo perché elementi vicini ad Al-Qaeda e al salafismo più estremo potrebbero attentare alla sua vita proprio in seguito alle sue affermazioni.
Ferma la condanna dell'Europa e di alcuni Paesi arabi, come la Giordania e l'Egitto. L'Italia - si legge in un comunicato del ministero degli Affari esteri - ha espresso "la forte solidarietà alle autorità irachene per l'attentato terroristico perpetrato da Al-Qaeda contro la chiesa cattolica di Baghdad e per sottolineare nuovamente la particolare importanza che da parte italiana si attribuisce al rispetto dei diritti e delle garanzie di sicurezza delle minoranze religiose in Iraq e in particolare della minoranza cristiana". 

Anche gli Stati Uniti condannano con forza "questo atto senza senso basato sulla violenza e sul sequestro di ostaggi da parte di terroristi legati ad Al-Qaeda che domenica ha provocato l'uccisione di tanti iracheni innocenti", ha dichiarato il portavoce della Casa Bianca, Robert Gibbs. E il più influente dignitario sciita iracheno, l'ayatollah Ali Sistani, ha espresso il suo dolore per "l'azione criminale contro nostri fratelli cristiani", appellandosi alle istituzioni affinché mantengano la sicurezza dei cittadini.
Il Consiglio ecumenico delle Chiese si è detto "profondamente turbato dalla continua sofferenza dei cristiani in Iraq" ed esprime la sua solidarietà "a tutte le Chiese che stanno attraversando periodi bui e difficili e non cessano di testimoniare l'amore e la pace di Dio in Gesù Cristo anche in mezzo all'odio e all'aggressività".


E sul portale dell'ebraismo italiano la storica Anna Foa manifesta preoccupazione per "una strategia terrorista anticristiana che ha già causato molto sangue", invitando gli ebrei "a esprimere la loro vicinanza a quanti piangono oggi l'efferata uccisione di esseri umani colpevoli di professare la loro religione e di essersi riuniti in preghiera".
Infine, la Francia, in una nota del ministro dell'Immigrazione Eric Besson, si è detta pronta ad accogliere centocinquanta cristiani iracheni, a partire dalle "persone ferite nell'attentato e le loro famiglie".

 


 

 

 

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